La nascita della chirurgia plastica nella prima guerra mondiale

Chirurgia plastica nella prima guerra mondiale

Sapete che la chirurgia plastica è praticamente nata durante la Prima Guerra Mondiale? Proprio quest’anno ricorre il centesimo anniversario della fine della prima Guerra Mondiale, quel Grande conflitto che si chiuse con 16 milioni di morti e 21 milioni di feriti e che portò alla nascita della chirurgia plastica.

La guerra lasciò distruzione e morte, ma anche milioni di soldati e civili con profonde ferite e traumi al volto che costrinsero i chirurghi dell’epoca ad approcciare a nuove modalità di intervento.

Le lesioni facciali lasciarono le persone non solo deformate, ma anche costrette a convivere con gravi difficoltà a respirare, bere, nutrirsi e così i medici si trovarono di fronte ad una nuova sfida: intervenire chirurgicamente in modo da aiutare i pazienti a recuperare la funzionalità e studiare nuove tecniche di riparazioni facciali.

La maschera metallica

All’inizio alle persone che erano uscite dalla guerra con gravi deturpazioni al volto venivano fornite delle maschere metalliche che in qualche modo venivano costruite in modo da assomigliare il più possibile alla fisionomia del paziente. In molte città, da Parigi a Londra, aprirono laboratori specializzati nella realizzazione di queste maschere, come quello di Anna Coleman Ladd, che vedevano impiegati soprattutto scultori ed artisti,

Library of Congress

La nascita della chirurgia plastica

A fondare la prima unità di chirurgia plastica della Gran Bretagna fu Harold Gillies, giovane chirurgo neozelandese che comprese quanto fosse necessario fornire una nuova specializzazione ai chirurghi che operavano sul campo.

Gillies descrisse lo sviluppo della chirurgia plastica come una “strana e nuova arte”: egli stesso aveva assistito a dei tentativi di trapianto di lembi di pelle in altre città ed era certo che questa tecnica potesse essere affinata.

Così Gillies aprì un reparto specializzato per la ricostruzione dei volti nel Kent e sperimentò la sua tecnica fino a perfezionarla sempre di più.

Come funzionava? La procedura consisteva nell’innestare lembi di pelle di forma tubolare che venivano prelevati da altre parti del corpo del paziente e che restavano vascolarizzati perché restavano attaccate alle zone dalle quale venivano prelevate.

I risultati naturalmente erano ben lontani da quelli a cui siamo abituati oggi. Si trattava di ricostruire intere parti del volto e non era impresa facile, soprattutto con le conoscenze dell’epoca. Gli specchi erano banditi dal reparto e il tasso di suicidi e depressione tra i pazienti era altissimo, tuttavia a Gillies va il grandissimo merito di aver scelto di aiutare proprio i sopravvissuti alla Grande Guerra nonchè di aver aperto la strada alla chirurgia plastica.

Bibliografia e fonti